Un porto, un’isola e due orizzonti

Carloforte si affaccia sul lato orientale dell’isola di San Pietro, davanti alla costa sud-occidentale della Sardegna. Il traghetto approda accanto al lungomare e alle prime strade del centro: il porto non è una semplice porta d’ingresso, ma una parte visibile della vita del paese. In tabarchino molti abitanti chiamano il luogo U Pàize, “il paese”. Qui mare, vento, pesca e spostamenti quotidiani sono elementi concreti dell’identità insulare.

Al 31 dicembre 2025 l’ISTAT registrava 5.851 residenti nel comune, un dato riferito all’intero territorio comunale e non soltanto al nucleo urbano sul porto. Carloforte è il centro abitato dell’isola, ma intorno al paese si aprono saline dismesse, spiagge, calette, alture e scogliere. Una visita completa alterna perciò le vie raccolte del centro a un paesaggio costiero che richiede tempo e spostamenti.

Una fondazione documentata nel 1738

Le origini del borgo attuale non vanno cercate in una colonia antica. Nel XVI secolo alcune famiglie provenienti da Pegli, oggi quartiere di Genova, si trasferirono a Tabarka, al largo della Tunisia, dove lavoravano nella pesca del corallo. Davanti a difficoltà economiche e politiche, la comunità tabarchina propose al governo sabaudo un nuovo insediamento sull’isola di San Pietro. Il progetto di ricerca dell’Università di Cagliari sulle migrazioni documenta che, dopo la quarantena, 535 coloni partirono da Cagliari per l’isola il 10 aprile 1738; nel luglio dello stesso anno altri 48 arrivarono da Biserta. Il re Carlo Emanuele III accolse l’iniziativa e il paese prese il suo nome.

Sull’isola esistono testimonianze più antiche: ritrovamenti funerari preistorici presso Punta Nera e tombe di epoca romana in altri punti, tra cui la necropoli dello Spalmatore. Sono indizi di una presenza umana precedente, non la prova che Carloforte fosse già un abitato romano né di una continuità urbana. La fondazione del paese moderno resta legata al progetto tabarchino del 1738.

La storia successiva fu segnata da conflitti e separazioni. Le ricostruzioni locali ricordano lo sbarco francese del 1793 e l’incursione del 1798, durante la quale circa 950 abitanti furono condotti in prigionia in Tunisia; la cattività si concluse nel 1803. La chiesa della Madonna dello Schiavo conserva una memoria religiosa di quella vicenda. La tradizione associa la statua lignea a un prigioniero rientrato sull’isola; la stessa narrazione turistica ammette però che potrebbe trattarsi della polena di una nave perduta. È una storia devozionale, non una provenienza accertata.

Il centro storico, le fortificazioni e il museo

Sul lungomare si incontra la statua di Carlo Emanuele III, detta familiarmente Pittaneddu. Fu realizzata dallo scultore genovese Bernardo Mantero e inaugurata nel 1786. Il braccio marmoreo spezzato è rimasto come segno dei fatti del 1793, secondo la memoria locale. Dal monumento si può seguire corso Tagliafico verso la chiesa di San Carlo Borromeo; vicoli stretti, piazze e facciate colorate restituiscono la matrice ligure dell’abitato. Nella parte alta, tratti della cinta difensiva costruita tra il 1806 e il 1813 si confondono con le case. La Porta Leone è uno dei punti in cui si riconosce meglio il sistema di fortificazioni.

Il Museo civico è ospitato nel fortino Carlo Emanuele III, costruito nella primavera del 1738 e indicato dal Comune come la prima struttura in muratura del nascente paese. Le sale raccontano la pesca del tonno e le sue reti, i galanzieri che trasportavano via mare i minerali del Sulcis e dell’Iglesiente, i documenti della colonizzazione, la vita agricola e una raccolta di conchiglie. Il museo collega la memoria delle tonnare al ruolo portuale che Carloforte ebbe nel trasporto di minerali e persone. Prima di andarci è prudente controllare gli orari aggiornati.

La lingua tabarchina dà voce a questa storia. È una varietà viva legata al genovese e al parlato di Pegli, con una propria evoluzione dovuta ai contatti mediterranei; non è un dialetto sardo. Il Comune promuove iniziative per conservarla e il portale turistico ne descrive l’uso nella comunità e nelle attività educative. L’italiano è la lingua scritta dei servizi comunali e turistici, perciò questa guida è in italiano, ma ascoltare il tabarchino è un modo diretto per avvicinarsi alla cultura locale.

Il lavoro del mare e le saline

La tonnara a reti fisse ha unito pesca, competenze marinare e lavorazione del pescato. Il portale turistico locale la descrive come una delle ultime tonnare ancora attive nel Mediterraneo; il Girotonno porta in paese appuntamenti gastronomici e culturali legati al tonno, con date e programma che cambiano da un’edizione all’altra. La cucina riflette le diverse rotte della comunità: tonno fresco e conservato, pesce e crostacei, cascà, piatto simile al cous cous associato al periodo di Tabarka. La bóbba, purea di fave secche servita con le galétte, racconta una tavola quotidiana legata a ingredienti semplici.

A sud del centro si estendono le saline storiche. La produzione si è fermata nel 1998 e le vasche sono state restituite alla natura; il Comune ne segue la valorizzazione ambientale, storica e antropologica. Il paesaggio permette di leggere insieme un’attività produttiva scomparsa e una zona umida, non di visitare uno stabilimento oggi in funzione. Nell’Ottocento e all’inizio del Novecento, il porto serviva anche i traffici di minerale del Sulcis e dell’Iglesiente. I galanzieri che lo trasportavano a vela sono rimasti una figura importante nella memoria del lavoro isolano.

Calette, scogliere e Capo Sandalo

La costa cambia volto secondo vento ed esposizione. Le Colonne, due faraglioni di trachite a sud del paese, sono state dichiarate monumento naturale nel 1993. Poco distante, la spiaggia della Bóbba offre sabbia e un percorso lungo costa; ristoro e noleggi sono servizi stagionali, da verificare. Cala Fico si raggiunge lungo la strada per Capo Sandalo e poi a piedi dal parcheggio. Il promontorio occidentale, con il faro ottocentesco, è esposto al mare e ospita un’oasi avifaunistica secondo il portale turistico. È un luogo per il panorama e l’osservazione, non un invito a scendere su scogliere ripide o sentieri inadatti alle proprie capacità.

Un itinerario possibile parte dal centro: museo e fortificazioni al mattino, saline e costa meridionale nel pomeriggio; un’altra uscita può seguire la strada verso Cala Fico e Capo Sandalo. Per le calette conviene controllare accessi, vento, trasporti e servizi in stagione. Le baie sembrano vicine sulla mappa, ma alcune richiedono cammino e non hanno servizi a breve distanza.

Come arrivare e organizzare il soggiorno

Da Cagliari, le indicazioni del portale turistico seguono la SS130 verso Iglesias e poi la deviazione per Villamassargia e Carbonia, da cui si prosegue per Portovesme oppure Calasetta. I due porti distano circa 80 chilometri da Cagliari e sono collegati a Carloforte da Delcomar. La pagina turistica indica circa 40 minuti di traversata da Portovesme e 30 da Calasetta; fanno fede l’orario corrente del vettore e gli avvisi su vento e mare, perché alcune corse possono essere dirottate. Si può arrivare anche con autobus e treno, ma secondo il giorno possono servire cambi a Iglesias, Villamassargia o Carbonia. Sull’isola sono indicati un servizio ARST e noleggi di biciclette, scooter e auto. L’ufficio turistico sul lungomare distribuisce mappe e informazioni su trasporti e servizi: è bene verificarne gli orari e chiedere gli aggiornamenti.

Carloforte si presta a un soggiorno per tappe, non a una corsa tra spiagge. Il museo spiega le storie del porto; il centro fa emergere il legame con Pegli; le saline e le scogliere mostrano quanto lavoro e paesaggio siano intrecciati. Calasetta è raggiungibile direttamente in traghetto e i porti del Sulcis consentono di proseguire sulla costa sud-occidentale sarda. Orari, accessi alle spiagge, aperture del museo e condizioni del mare vanno ricontrollati poco prima della visita.

Informazioni utili per la visita